VIVERE IN UN MONDO IPERCONNESSO STA MODIFICANDO LA NOSTRA ATTENZIONE?

Quante volte crescendo ci sentiamo ripetere "fai attenzione", "stai attento", "mi stai ascoltando?", "Concentrati", ecc. ? Le nostre capacità attentive sono tirate in ballo ogni due per tre. D'altra parte sono ciò che ci permette anche di memorizzare e quindi di stare al mondo.  

Oggigiorno pare che la nostra capacità di prestare attenzione sia a repentaglio, visto che viviamo nella "società della distrazione". In controtendenza alla continua velocizzazione del mondo in cui viviamo, nascono iniziative per rallentare, ricerche che dimostrano come sia più proficuo non lasciarsi distrarre ecc. In questo panorama, un autore che ha portato a livello internazionale un contributo di notevole livello è Cal Newport con il suo Deep work. L'autore è un promotore del lavoro ad alta concentrazione, senza alcuna distrazione.

Il mondo digitale è sicuramente una fonte di continua distrazione: notifiche, pop up, banner, bot, ecc. In questo panorama quindi è interessante capire che succede alle nostre capacità cerebrali.   

Ho parlato di attenzione e web con Simone Barbato direttore tecnico di Idego Psicologia digitale, una società che si propone di avvicinare le persone al mondo della psicologia, ai concetti di salute e di benessere psicologico, integrando gli strumenti di intervento dello psicologo alla luce delle più recenti innovazioni in ambito tecnologico. Qui trovi l'intervista al Dott. Barbato.  

INTERVISTA A SIMONE BARBATO DI IDEGO PSICOLOGIA DIGITALE

Avere sempre uno smartphone in tasca può causare continua distrazione? siamo quindi destinati a vivere in una società di persone sempre più distratte?

 Simone Barbato Idego Psicologia digitale

Simone Barbato Idego Psicologia digitale

La risposta temo sia: sì, l’attenzione sarà merce rara. Sembra che le nostre capacità cognitive siano significativamente ridotte quando lo smartphone è (semplicemente) a portata di mano anche se è spento (questo è ciò che emerge da un nuovo studio della School of Business dell’Università del Texas, che ha coinvolto quasi 800 studenti). L’essenza dell’attenzione è la selezione delle informazioni, è un filtro: ci soffermiamo su alcune di esse per escluderne un numero ben più ampio. Il web ed il suo funzionamento si accostano più facilmente alla distrazione che alla concentrazione. Pensiamo al nostro smartphone e all’utilizzo che ne facciamo: il numero di stimoli che si susseguono freneticamente è elevatissimo e i messaggi (notifiche, email, link, ecc.) sono spesso accompagnate da immagini colorate e cangianti, o da suoni. I link presentano titoli brevi e accattivanti mentre i contenuti appaiono generalmente spezzettati, rendendo difficile soffermarsi a riflettere o concentrarsi sulla loro interezza. Possiamo dire che i nuovi strumenti digitali sono andati “contro” alle regole classiche di elaborazione delle informazioni, e quindi anche i nuovi format che ci vengono proposti quotidianamente. Si pensi ai notiziari che, mentre il giornalista legge le news, presentano icone sulle previsioni del tempo, sullo sport, sulla borsa e via dicendo. Questa modalità di presentazione dei contenuti richiede una capacità di processazione parallela delle informazioni che è pero antitetica rispetto all’idea di attenzione, ovvero una capacità legata alla selezione dei processi.

Attività quali video-gaming e role playing online, richiedono concentrazione da parte del giocatore, possiamo quindi dire che giocare online sia un’attività che alleni la propria attenzione?

I sono pareri discordanti. Alcuni studi, come quello di Acevedo-Polakivich e colleghi (2007), hanno suggerito un possibile collegamento tra il numero crescente di bambini che utilizzano quotidianamente i videogiochi e l’aumento delle diagnosi di disturbo da deficit di attenzione-iperattività (ADHD). Sembrerebbe infatti che i videogiochi, con il loro alto livello di interattività che impegna in modo massiccio l’individuo a livello cognitivo, riducano la capacità di concentrarsi su compiti meno interessanti e che non siano stimolanti e rapidi.

Poi è evidente che ogni area dell’apprendimento, internet e videogames inclusi, tenda a migliorare e sviluppare determinate abilità a discapito di altre. E’ stato indagato ad esempio il rapporto tra videogiochi e memoria di lavoro e si è osservato che attraverso il training cognitivo computer based si possa allenare la memoria di lavoro, aumentando le attivazioni della corteccia frontale e parietale ad essa associate (Howard, 2011). Giocare ai videogames sembra poi rafforzare alcune abilità cognitive come quelle di coordinazione oculo-manuale oltre che migliorare capacità di risposta motoria e di elaborazione visiva. Inoltre fornisce un grado di stimolazione mentale tale da rallentare il declino cognitivo.

Per essere produttivi è meglio utilizzare tecniche quali il deep work oppure anche il multitasking funziona?

Credo che questo sia molto soggettivo. Conosco persone che riescono a portare avanti ‘contemporaneamente’ più compiti in modo efficace. Personalmente ‘funziono’ meglio con il deep work. Earl Miller, neuroscienziato del MIT, sostiene che il nostro cervello non sia programmato per il multitasking: quando le persone fanno multitasking, stanno in realtà passando molto rapidamente da un’attività all’altra (e questo passaggio implica un costo cognitivo da pagare).

Il nostro cervello, grazie all'attenzione divisa, cerca di seguire più attività contemporaneamente (quando queste non sono eccessivamente impegnative), ma non essendo noi dei calcolatori elettronici le nostre risorse attentive non vengono spartite in modo equo e uniforme.

Secondo questo ragionamento abbiamo quindi la percezione di portare avanti più compiti ma siamo in realtà meno produttivi. Inoltre nell’era della distrazione credo che modalità come il deep work siano sempre più apprezzate e ricercate. I contenuti ed il materiale di qualità vengono prodotti grazie al tempo, all’impegno costante, alla concentrazione (beni rari, al giorno d’oggi).

la nostra cultura del lavoro sta spostandosi verso il superficiale (...) sta presentando enormi opportunità ai pochi che riconoscono il potenziale di resistere a questa tendenza e dare priorità alla profondità.
— Newport

Come si può essere veramente produttivi in questa società fatta da multitasking, co-working e sharing?

E’ vero, oggi la nostra mente viaggia ad una velocità convulsa elaborando parallelamente i diversi contenuti e utilizzando più canali sensoriali contemporaneamente. Altro elemento che contraddistingue quest’epoca è il lavoro in interconnessione con gli altri. L’apprendimento, ed il lavoro, erano infatti contrassegnati da attività individuali e tanta pazienza. Ora siamo nell’epoca del co-working, degli uffici open space e del digital.

Da una parte abbiamo i social media che sono programmati per frammentare il nostro tempo: ci premiamo con rinforzi di vario genere (like, commenti, cuori e stelline) e richiedono insistentemente la nostra attenzione con notifiche push, domande e sondaggi, suggerimenti di amicizia. Dall’altra ci sono le conference call su Skype dell’ultimo minuto, le informazioni dai colleghi che arrivano tramite WhatsApp, Facebook, e-mail (e chi più ne ha più ne metta), i software di collaborazione (vedi Asana), gli spazi di lavoro condivisi che certamente non facilitano la concentrazione, e via dicendo.

Come dicevo in precedenza, sono un fautore del deep work: ritengo che per fronteggiare al meglio tutto questo sia necessario costruire un proprio spazio lavorativo ‘protetto’. Tre regole che cerco di seguire sono:

  • definire in anticipo gli obiettivi della settimana;
  • panificare il flusso di lavoro;
  • registrare giornalmente gli obiettivi raggiunti (o da raggiungere) così da non perdere il filo.

Altri due aspetti a mio parere importanti sono: eliminare l’eliminabile, e quindi selezionare con cura i compiti da svolgere e cancellare dalla lista il lavoro superficiale (ad esempio conference call che si ripetono sugli stessi argomenti in mancanza di una chiara definizione di ruoli e obiettivi) e imparare a staccare. Spesso ci convinciamo che lavorare di più in termini di ore giornaliere ci renda più produttivi, quando invece ritagliarsi del tempo per sé ci consente poi di ripartire con più energia e ci rende più efficaci.

Conclusioni

Tre pensieri conclusivi dal mio scambio con il Dott. Barbato:

  • Da una parte possiamo dire che il deep work sia una modalità produttiva. Dall'altra, come mi disse il Prof. Ferri, i giovani oggi non possono prescindere dall'uso dei social e quindi nemmeno dalla distrazione continua che ne consegue, quindi forse nasceranno nuove modalità lavorative che per loro funzioneranno meglio. 
  • Come ci dice Barbato, ogni tanto fa bene anche staccare la spina, e in questo senso io ti consiglio di prenderti una pausa dalle tecnologie digitali e quindi per esempio farti un tuo digital detox day
  • Un aspetto che non abbiamo approfondito con Barbato è quello relativo al gaming online, anche qui, come per i social network non dimentichiamoci di non fare di tutta l'erba un fascio e quindi distinguere anche l'uso che si fa del singolo gioco.