Il codice della strada di internet

All'inizio di settembre a Copenhagen oltre sedicimila persone hanno partecipato a Techfestival, un'iniziativa con decine di eventi e laboratori a proposito della relazione tra essere umano e tecnologia digitale. Uno dei gruppi di lavoro durante il festival è stato quello di stilare dei principi per la gestione di internet.

Il web per come lo conosciamo oggi infatti è un luogo (o non-luogo) caratterizzato da una forma mentis molto simile a quella dei cercatori d'oro nel far west nell'ottocento: poche regole, chi prima arriva meglio alloggia e un'anarchia rampante.

La Silicon Valley oggi è il Far West di ieri: l'obiettivo dei più è costruire prodotti tecnologici che vengano usati da molti utenti (nota bene che non si parla di persone!) per poi vendere il tutto a qualche investitore e dopo un paio d'anni di sudore versato sulla propria tastiera, sperare in un dolce far niente su una spiaggia caraibica. Uno dei documenti che più rappresentano questa mentalità è la declaration of independence of cyberspace. Basti pensare anche alla poca considerazione che diamo oggi al fatto che WhatsApp non si possa utilizzare sotto i 16 anni per esempio.

Una mentalità molto differente da quella del nostro Vecchio continente in cui la storia è caratterizzata da imprese familiari, idee imprenditoriali che nascono da una passione, piccole botteghe e gusto per il proprio lavoro. Magari non per tutti o non per tutti i periodi della nostra vita ma l’Europa in genere ha una cultura del lavoro in cui di padre in figlio si tramanda una conoscenza, una competenza, un valore che va a toccare la propria comunità.

Dall’altra parte la Silicon Valley è un luogo in cui negli ultimi dieci anni circa sono nati prodotti che dominano il mondo ma portano con sé valori differenti proprio perché nati da un terreno molto più nuovo. In questo scenario spesso non c’è particolare attenzione per gli “users” ovvero le persone che useranno quell’App, che impatto avrà su di loro, piuttosto l’idea è quella di agguantarne il più possibile. Spero fortemente che la psicologia digitale in questo senso porti un apporto che riscatti il ruolo delle persone.

La riflessione che Techfestival vuole lanciare al mondo invece è differente: costruiamo prodotti tecnologici che siano al servizio dell’uomo, mettendo al centro l’essere umano e cercando di creare valore per il proprio territorio e comunità. Quindi un invito alla digital mindfulness, che dovrebbe aiutare per esempio anche su temi quali le fake news.