Fortnite si fortnite no, cosa pensare del videogioco più famoso al mondo?

Fortnite è un videogioco tra i più popolari al mondo. Qualche numero sul fenomeno per capire di

che dimensioni stiamo parlando:

- 250 milioni sono i giocatori nel mondo;

- 30 milioni sono i dollari assegnati complessivamente in premi durante i campionati

mondiali del gioco in luglio;

- 3 miliardi di dollari sono i profitti nel 2018 di Epic Games, società proprietaria del gioco.

Dell'educazione ai videogames abbiamo già parlato qualche settimana fa, ora però ci concentriamo su questo particolare gioco.


Foto dal sito Epic Games

Come funziona Fortnite

Si tratta di un gioco nato in modo molto più semplice di com’è ora. Quattro persone cooperavano raccogliendo risorse e costruendo forti per resistere alle ondate, sempre più aggressive, di famelici zombie. Nei primi mesi il gioco era venduto a un prezzo budget e venne accolto con una freddezza tale che gli sviluppatori americani decisero di trasformarlo radicalmente.

Quel che ne esce fuori è un ibrido tra il Fortnite di prima e il popolare Unknown Battleground, ovvero il più popolare Battle Royale in circolazione in quel momento.

I Battle Royale sono giochi d'azione in cui cento e passa persone vengono catapultate su un'isola

senza equipaggiamento per combattere tra di loro; per ridurre al minimo i tempi morti, il campo di gioco si restringe periodicamente, uccidendo chi ne rimarrà fuori e rendendo la battaglia di chi

rimarrà in vita sempre più intensa.

Fortnite funziona esattamente così, ma in più permette di costruire strutture strategiche che

diventano sempre più importanti man mano che lo scontro procede.


Genitori: cosa pensare di Fortnite

Ho chiesto a Ivan Ferrero, psicologo che da 20 anni lavora nelle scuole e si occupa di formazione su cyberbullismo e e-gaming un’opinione sul fenomeno visto che il tempo che alcuni ragazzi passano sul gioco preoccupano genitori e insegnanti. Ma come giustamente fa notare Ferrero il problema non è quasi mai il gioco che diventa semplicemente il modo in cui un certo disagio si manifesta.

Infatti molto spesso se un ragazzo inizia a rimanere incollato allo schermo per ore la questione non può essere ridotta ad una “dipendenza da internet”.

Inoltre Ferrero spiega la distinzione tra abitudine e dipendenza. I casi di vera e propria dipendenza ci sono ma non sono la maggioranza, per lo più si tratta di abitudini radicate nella quotidianità dei ragazzi.

Se però riusciamo a proporre delle valide alternative, possiamo vedere come le abitudini cambiano. Ferrero racconta un esempio che ha vissuto in una delle classi in cui ha lavorato. Uno degli insegnanti era abituato a dire ai ragazzi, mentre interrogava uno degli studenti, di stare calmi e quindi leggere o guardare il proprio telefono. Quello era sempre stato un momento dedicato ai videogiochi. Ad un certo punto uno dei ragazzi porta a scuola un cubo di Rubik e inizia a volerlo comporre. Improvvisamente la passione per il cubo contagia anche gli altri e durante le interrogazioni gli studenti hanno iniziato ad intrattenersi con quello piuttosto che con il cellulare.


Socializzare nei videogiochi

Ricordiamoci anche che la socializzazione è un aspetto importante nella vita umana, tanto più in

età dello sviluppo. Oggi giocare a Fortnite o altri videogiochi significa incontrare i propri amici, come un tempo si faceva al parchetto.

Per questo Ferrero ricorda quanto sia più importante educare i più piccoli a comprendere quando è il momento di giocare e quando non lo è, piuttosto che soffermarsi semplicemente a dire che “bisogna giocare di meno”. Come e quando dare il cellulare ai bambini rimane un aspetto fondamentale della riflessione genitoriale.

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