Il problema dei giovani nel web: sanno la teoria e basta.

Oggi ti racconto la storia di una persona che ha scelto di mettere a disposizione il proprio tempo e competenze per contribuire ad un dibattito che in Italia sta nascendo intorno alla domanda "come gestire le tecnologie digitali con i più giovani?".  

Si tratta di un argomento che è ancora nuovo qui da noi, ma l'interesse sta crescendo specialmente in ambito scolastico. Da una parte vogliamo scuole sempre più connesse e digitalizzate, dall'altra genitori e insegnanti si chiedono quale sia il modo migliore per educare i ragazzi ad un uso sano di smartphone e social network. 

Un paio di settimane fa la Ministra Valeria Fedeli annunciò la necessità di revisionare la normativa vigente rispetto all'uso delle tecnologie digitali a scuola, in direzione di un'apertura all'uso di smartphone in classe. Qui trovi un approfondimento in merito. La notizia ha acceso polemiche e prestato il fianco a chi ha una visione apocalittica rispetto alla diffusione della tecnologia.

In ogni caso, rimane un dato di fatto: la diffusione dell'uso del web nel nostro paese aumenta, quindi tanto vale usarlo bene e sopratutto guidare i più piccoli ad una gestione sana di smartphone, tablet, pc, video games, ecc

Facendo ricerche a proposito di educazione all'uso del digitale e il mondo scolastico, mi sono imbattuta in Stefano Notturno, Ceo e fondatore di Olojin, si occupa di marketing relazionale. La sua è la storia di un genitore ed esperto di comunicazione online, che ha deciso di mettere a disposizione tempo e conoscenze, per ragionare nella propria comunità sull’uso che si fa di smartphone e social network, soprattutto in relazione ai giovani. 

Ha partecipato per un anno ad un progetto nella provincia di Treviso, affiancato da Psicologi, Legali e funzionari della Polizia Postale, per accompagnare le Famiglie ed i ragazzi delle Scuole, nell’uso consapevole delle nuove tecnologie. Qui trovi l'intervista che ho avuto il piacere di fare a Stefano.

Intervista a Stefano Notturno di Olojin

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Che lavoro ha svolto a Treviso?

Il tutto è iniziato quando due anni fa, in seguito ad un episodio legato al cyberbullismo, mi confrontai con l’assessore alle politiche sociali della mia città per capire cosa le istituzioni potessero fare per contrastare questo fenomeno. Ho scoperto che c’era un progetto partito da poco ed ho dato la mia disponibilità, vista anche la mia esperienza lavorativa in ambito di comunicazione online, per partecipare ad un progetto che andasse a sensibilizzare la popolazione sull’uso delle tecnologie digitali. Lì ho iniziato a tenere diverse serate e incontri nelle scuole, pro bono, in collaborazione con la polizia postale, su temi quali cyberbullismo, ricatti online, furti d’identità, pedopornografia online, ecc.

Qual’è la situazione italiana rispetto alla normativa e alle forze dell’ordine?

Sull’argomento tutela della privacy, siamo uno dei paesi più avanti, con una struttura legislativa ricca e tutelante nei confronti dei cittadini, molto più articolata di altri Paesi. Per quanto riguarda la responsabilità delle azioni online, dal 2012 è cambiato l’ordinamento e quindi sono stati rimessi al centro i minori. Ciò significa che oggi, la responsabilità delle azioni di un minore online, è del genitore biologico, a prescindere che questi sia sposato o separato, visto che il minore non può nemmeno acquistare una sim card e quindi avere un suo traffico dati.

La polizia postale ha tutti i mezzi per poter operare, in Italia vi sono accordi con i principali operatori del web per accedere ai profili qualora sia necessario. I numeri non giocano a favore delle forze dell’ordine però. Per esempio nella provincia di Treviso vi sono 6 agenti della polizia postale preposti alle attività di cyberbullismo ed altre pratiche online. Quando io andavo a parlare nelle scuole medie, mi trovavo di fronte mediamente 60 ragazzi, ognuno di essi con almeno un migliaio di amici su Facebook o altri canali social, ciò significa che in totale stiamo cercando di affrontare, con un organico di 6 uomini, una schiera di 60.000 identità online, se parliamo di una sola scuola media inferiore. La sproporzione è evidente!

C’è qualcosa in particolare che l’ha stupita negli incontri con i ragazzi?

Un fenomeno ricorrente, negli incontri che tenevo nelle scuole, era il gap tra ciò che i ragazzi dichiarano di sapere rispetto al mondo online e poi i comportamenti che mettono in atto. In terza media per esempio, spesso dichiaravano di sapere di dover stare attenti alla propria privacy online, dopodiché nei fatti spesso danno il proprio numero di telefono a chiunque, dimostrando un’evidente incongruenza.

Dobbiamo stare attenti perché, dall’altra parte della chat, può esserci chiunque. A Treviso qualche tempo fa ha fatto scalpore il caso di un uomo che, creando 3 differenti personalità online, ha intrattenuto relazioni e rapporti intimi con due diverse minorenni della zona. Questo è stato un chiaro caso di manipolazione.

Qual’è il problema in Italia oggi parlando di minori e smartphone?

Io dico spesso che ci troviamo di fronte ad un vuoto legislativo. Ai ragazzi, a scuola, facevo spesso questo esempio: per guidare un camion da 18 tonnellate è necessario avere una patente, mentre per avere uno smartphone non serve nulla. Lo smartphone, non è un camion, ma si tratta pur sempre di uno strumento che oltre a permettere la socializzazione, la condivisione e la partecipazione, può anche dare luogo a fenomeni quali l’esclusione, cyberbullismo e furti d’identità. Penso sia importante rendere edotti i genitori per far sì che comprendano al meglio il terreno su cui i loro figli si stanno muovendo, in modo da poterli sostenere e aiutare.

Cosa consiglia di fare ai genitori oggi, rispetto alla gestione dello smartphone con i propri figli?

Secondo me, non è utile dare regole dall’alto, a mo’ di proibizionismo. Bensì costruire delle regole insieme ai nostri figli, aiutarli a capire, fargli domande e dargli degli esempi. Loro devono essere consapevoli dei rischi della rete, per saperli riconoscere e gestire. Per esempio, con mia figlia, abbiamo pattuito che fino all’età di 15 anni non avrebbe avuto un suo smartphone. Dopodiché abbiamo ragionato insieme sulla sua rubrica telefonica, per me è stato importante spiegarle che per ogni nome in rubrica fosse necessario avere conoscere la persona fisica a cui far riferimento non limitandosi ai numeri fornitigli dalle sue amiche. Inoltre c’è il tema dei contenuti: i nostri figli possono avere un account social ma andrebbe concordata la possibilità da parte del genitore di accedere a ciò che viene postato e ricevuto. Quello del genitore è un lavoro che va fatto giorno dopo giorno, non è una ricetta magica da applicare una tantum, ma un atteggiamento da coltivare con piccoli gesti quotidiani.