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L’AI sta erodendo la nostra fiducia in noi stessi? Il potere dell’intenzionalità digitale

  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 2 min

C’è una sottile differenza tra usare uno strumento e farsi usare da esso. Spesso, quando parliamo di tecnologia, ci concentriamo sulla perdita di competenze tecniche, ma una ricerca recente pubblicata sul Time accende i riflettori su un rischio molto più profondo e intimo: la perdita di fiducia nel nostro stesso pensiero.


Copertina articolo Time: l'AI rischia di erodere la fiducia in sé stessi.


Secondo lo studio citato (aprile 2026), l’uso massiccio dell’intelligenza artificiale generativa sta influenzando non tanto la nostra intelligenza, quanto la nostra sicurezza cognitiva. Chi utilizza strumenti come ChatGPT o Gemini in modo passivo, accettando risposte senza modificarle, riferisce una minore fiducia nei propri processi di ragionamento e un senso di "proprietà" delle proprie idee quasi nullo. Al contrario, chi mette in discussione l’output, lo edita e lo integra, sperimenta un aumento della fiducia.


Il punto non è lo strumento, ma la modalità di interazione. E qui entra in gioco un concetto che mi è molto caro: l’intenzionalità.


Oltre l’automatismo: abitare lo spazio digitale

Libro Benessere Digitale: istruzioni per l'uso Monica Bormetti. Un capitolo intero dedicato all'intenzionalità.

Nel mio ultimo libro Benessere Digitale: istruzioni per l'uso (ROI Edizioni), ho dedicato un intero capitolo proprio al tema dell’intenzionalità. Lo smartphone è diventato una sorta di "protesi del nostro esistere", ma che il vero benessere digitale non nasce dalla disconnessione forzata, quanto dalla capacità di agire con consapevolezza in ogni momento di contatto con lo schermo.


L'intenzionalità è l'antidoto all'automatismo. Quando apriamo un’app o interpelliamo un’AI, la domanda fondamentale da porsi è: “Perché lo sto facendo e quale parte di me sto mettendo in gioco?”.


Se deleghiamo il pensiero per pura pigrizia cognitiva, stiamo cedendo un pezzo della nostra identità. Se invece usiamo l'AI come un partner di brainstorming (quello che gli esperti chiamano cognitive scaffolding), stiamo potenziando noi stessi.


L’intenzionalità come muscolo

Freccia per avere intenzionalità nella vita

Come sottolineo nel mio libro, l'intenzionalità non è uno stato mentale passivo, ma un muscolo che va allenato.


Nel contesto dell’AI, questo significa:

  1. Sfidare l’output: Non accontentarsi della prima risposta. Discutere con la macchina, chiedere dettagli, aggiungere il proprio tocco critico.

  2. Scegliere cosa delegare: Decidere consapevolmente quali compiti automatizzare e quali, invece, mantenere "analogici" per preservare la nostra capacità di analisi.

  3. Riconoscere il valore dello sforzo: La ricerca del Time suggerisce che essere "meno efficienti" a volte serve a mantenere vivo il "muscolo" del pensiero. Proprio come solleviamo pesi in palestra anche se esistono modi più semplici per spostarli, dobbiamo sforzarci di pensare anche quando una macchina potrebbe farlo al posto nostro.


Una sfida psicologica

Da psicologa, vedo in questi dati una conferma importante: la nostra autostima è legata al senso di efficacia. Se sentiamo che le idee non sono nostre, la nostra fiducia vacilla. Riprendere il controllo significa tornare a essere i registi della nostra vita digitale.


Il benessere digitale non è (solo) una questione di minuti passati davanti a uno schermo, ma di presenza. Essere intenzionali significa smettere di essere spettatori passivi della tecnologia e tornare a essere autori del proprio pensiero.


E voi, quanto spazio lasciate alla vostra intenzionalità quando interagite con la tecnologia?

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