L'abitudine di controllare il telefono

Ultimamente le statistiche sull'uso che facciamo di smartphone e schermi stanno crescendo sempre di più. I numeri mostrano un aumento nel tempo trascorso con i dispositivi digitali. Il tutto avviene così velocemente per la razza umana che gli effetti non si conoscono con certezza. Ci sono ricerche che mettono in luce aspetti positivi e altre negativi a proposito dell'uso del cellulare. Ho anche trovato un articolo interessante su Focus a proposito dei falsi miti rispetto al tema dipendenza da internet e da tecnologia. La varietà nei risultati delle ricerche in questo campo ci mostra quanta strada abbiamo ancora da fare. Intanto ciò che può aiutarci è approfondire la nostra comprensione del fenomeno, studiarlo e osservare noi stessi per essere più consapevoli di come usiamo i dispositivi digitali.

Ciò che intanto possiamo fare, ognuno nel proprio piccolo è misurare il tempo trascorso sul cellulare, per iniziare a fotografare la propria situazione. Questa è una tendenza che piano piano aumenterà, Apple con il suo Screen Time in qualche modo educherà gli utilizzatori di iOS a sapere quanto e come usano i dispositivi nelle loro mani. Inoltre ci sono una serie di App utili per evitare la dipendenza da smartphone che misurano il tempo trascorso sul piccolo schermo. 

Ricordo, come scritto più volte in altri articoli di questo blog, che la dipendenza da internet in sè non esiste, non è riconosciuta dalla comunità scientifica e la lettura a riguardo porta ancora dati in qualche modo discordanti. Ma al di là delle speculazioni teoriche, credo che qui sia interessante riflettere sul come il proprio comportamento e abitudini di utilizzo del cellulare vengano a crearsi e su cosa ci continua ad andare bene e cosa invece desideriamo modificare. Questo sopratutto per chi è genitore secondo me e vuole trovare dei modelli adeguati da offrire ai propri figli anche in tema di educazione digitale. Per approfondire questo aspetto clicca qui.

L'abitudine di controllare il cellulare

 Grafica ispirata a Il potere delle abitudini

Grafica ispirata a Il potere delle abitudini

Parliamo di psicologia digitale e della creazione di una nuova abitudine nella vita (tra cui anche quella di controllare il proprio telefono) e di come si forma grazie al circolo rappresentato nella grafica qui a fianco.

Il segnale iniziale (cellulare che suona) a cui segue il comportamento di controllare e aprire l'App della mail o WhatsApp a cui segue la gratificazione di aver letto un messaggio o altro da parte di un amico, è il circolo tramite il quale si forma un'abitudine ad un comportamento. 

Attivando in modo frequente questo circolo piano piano si innesca l'abitudine per cui al segnale (primo step del circolo) si ha direttamente la gratificazione (terzo step) anche senza agire il comportamento (secondo step). Ciò significa che ci sentiamo gratificati al beep della suoneria, ancor prima di controllare lo schermo. 

Come cambiare un'abitudine?

Cambiare un'abitudine è possibile anche se difficile. Il primo passo è quello di sostituire il comportamento abituale appunto con uno nuovo nel momento in cui riceviamo il solito segnale. Questo significa per esempio che quando senti la suoneria del telefono, invece di controllare immediatamente, il nuovo comportamento potrebbe essere quello di lasciare che le notifiche si accumulino e controllarle tutte solo una volta all'ora, oppure a conclusione di un compito che desideriamo portare a termine.

Conclusioni

Il 40% circa delle azioni che agiamo nella nostra giornata è costituito da abitudini, ciò significa che si tratta di comportamenti di cui non siamo consapevoli perché attivati in modo automatico. L'uso che facciamo del cellulare rientra in questo genere di attività, a volte non sempre. Non si tratta di un problema di per sé ma sicuramente il primo passo per riequilibrare l'uso che facciamo dei dispositivi digitali è quello di renderci conto come funziona il meccanismo per cui ci ritroviamo a toccare il telefono oltre 2.000 volte al giorno (statistica uscita qualche mese fa sul New York Times).